Identità

Chi sono i periti industriali

Ogni giorno in Italia oltre un milione e mezzo di persone progetta, controlla e adegua sistemi tecnici, apparati, impianti, garantendone il funzionamento e la sicurezza. Professionisti che lavorano dentro le fabbriche o nella libera professione, con una gamma di competenze che si estende dall’elettrotecnica all’edilizia, dalla chimica alla meccanica fino all’informatica e all’elettronica. Professionisti che sanno leggere dentro i sistemi tecnici e che detengono quindi una chiave di interpretazione della società, dei suoi cambiamenti e della sua evoluzione. I periti industriali. 

L’onda lunga dell’innovazione

I periti industriali sono da sempre in prima linea per assicurare la “tenuta” e la costante innovazione del sistema produttivo italiano. L’osservazione diretta delle macchine, degli impianti, dei sistemi produttivi e delle innovazioni tecnologiche è la condizione necessaria per apportare quelle migliorie che, cumulandosi giorno dopo giorno, permettono di innovare i processi produttivi, migliorare l’organizzazione del lavoro, ottimizzare i tempi di produzione, progettare con maggiore qualità. Grazie al contatto quotidiano con i sistemi tecnici, tutti i periti industriali sono innovatori per professione. Alcuni, tra loro, sono inventori per vocazione. Qualcun altro per genialità.

Da homo faber a homo sapiens

L’avvento dell’informatica ha completato la metamorfosi del perito industriale, non più solo homo faber, orientato all’azione e alla pratica, ma anche homo sapiens, che basa il suo intervento su conoscenze tecnico-scientifiche sempre più sofisticate. Delle competenze originali dei periti industriali restano i nomi, mentre i significati si adeguano all’evoluzione dei sistemi tecnici: controllare significa adesso soprattutto calcolare. Progettare vuol dire anche elaborare. Realizzare è sinonimo di conoscere.

La professione tra competenze e specializzazioni

Elementi che si coagulano nella definizione delle competenze professionali, stabilite con il “Regolamento per la professione di Perito Industriale”, introdotto con R.D. 11 febbraio 1929, n. 275 (in G.U.,18 marzo, n. 65). Infatti, nell’art. 16 R.D. 11 febbraio 1929, n. 275 si ritrovano gli elementi eterogenei di un mondo economico nazionale in piena trasformazione che aveva necessità di professionisti qualificati nei settori più disparati. “Spettano ai periti industriali, per ciascuno nei limiti delle rispettive specialità di meccanico, elettricista, edile, tessile, chimico, minerario, navale ed altre analoghe, le funzioni esecutive per i lavori alle medesime inerenti”.

La nuova formazione

Ma il futuro già volge le spalle all’odierno sistema formativo scolastico e lascia progressivamente il testimone al nuovo sistema di formazione. Il sistema dell’istruzione statale si è adeguato a quello comunitario. Così, in applicazione dell’art. 17, comma 95, Legge 15 maggio 1997, n. 127, il D.P.R. 5 giugno 2001, n. 328 (in Gazz. Uff., S.O., n. 190 del 17 agosto 2001), recante “Modifiche ed integrazioni della disciplina dei requisiti di ammissione all’esame di Stato e delle relative prove per l’esercizio di talune professioni, nonché della disciplina dei relativi ordinamenti”, ha modificato le modalità di accesso all’esame di abilitazione per l’esercizio della libera professione di Perito Industriale. L’art. 55 D.P.R. n. 328/01 stabilisce che agli esami di Stato per la professione di Perito Industriale si accede con la laurea, tra quelle regolate al D.M. 4 agosto 2000 (cd. “Lauree triennali”), comprensiva di un tirocinio di sei mesi, svolto in tutto o in parte durante il corso di studi tramite convenzioni stipulate tra gli Ordini o Collegi e le Università o con Istituti secondari superiori (Art. 6 D.P.R. n. 328/01).

L’adeguamento alle direttive europee

Il lento ed affannoso adeguamento del sistema formativo scolastico professionalizzante italiano a quello europeo ha provocato numerosi ritardi, il più grave dei quali, il problema del riconoscimento della professione in regime di reciprocità con gli altri Paesi europei. Tuttavia, la direttiva 89/48/CEE, che stabilisce un “sistema generale di riconoscimento dei diplomi di istruzione superiore che sanciscono formazioni professionali di una durata minima di tre anni” e la Direttiva 92/51/CEE del Consiglio, relativa ad un secondo sistema generale di riconoscimento della formazione professionale, che integra la Direttiva 89/48/CEE del Consiglio, riguardante un iniziale sistema generale di riconoscimento per i diplomi conseguiti a seguito di periodi di formazione della durata minima di 3 anni. Sono ancora strumenti normativi di riferimento per il professionista che voglia svolgere la propria attività professionale all’interno dell’UE.

I periti industriali nel quadro europeo delle qualifiche

In questo quadro quindi, la categoria professionale dei Periti Industriali si colloca tra le professioni con livello di qualificazione descritto all’art. 11, lett. d) della “Direttiva 2005/36/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 7 settembre 2005 (pubblicato in G.U.C.E. il 30 settembre 2005, L 255/22), relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali”, la quale nel Titolo III – Libertà di stabilimento “Regime generale di riconoscimento di titoli di formazione”, nella rubrica “Livelli di qualifica”, raggruppa nel livello d) i soggetti che hanno conseguito “un diploma che attesta il compimento di una formazione a livello di insegnamento post-secondario di una durata minima di tre e non superiore a quattro anni o di una durata equivalente a tempo parziale, impartita presso un’università o un istituto d’insegnamento superiore o un altro istituto che impartisce una formazione di livello equivalente, nonché la formazione professionale eventualmente richiesta oltre al ciclo di studi post-secondari” (art. 11, comma 1, lett. d) Direttiva 2005/36/CE).

Il futuro

Con tali presupposti, l’armonizzazione normativa ha gettato un ponte lungo tra formazione e professione, ridisegnando e rinnovando ipotesi di collaborazione e coordinamento tra la scuola ed il mondo del lavoro, per certi versi, assopite o quasi interrotte. I rapporti tra l’Università e le Professioni sono la chiave di lettura dell’approccio formativo. In particolare, adempiendo ad un preciso impegno normativo richiesto dall’art. 6 DPR 328/01, molti Collegi professionali italiani hanno stipulato protocolli d’intesa e convenzioni con le Università, onde concertare la predisposizione di percorsi formativi professionalizzanti, nella forma del tirocinio della durata di sei mesi. Con questo esperimento, la categoria professionale dei Periti Industriali si trova a orientare il giovane studente nel mondo del lavoro, impregnando il percorso di studi personale con le competenze alla progettazione, direzione ed esecuzione in materie specialistiche quali l’impiantistica, l’edilizia, la chimica, la meccanica, maggiormente richieste dal mondo economico e produttivo, che consentano ai giovani un più rapido e qualificato ingresso al lavoro. Così, l’Università torna ad essere una fornace di intelligenze, che, con il contributo dei Collegi professionali, diventa il crogiolo dove fondere insieme il sapere accademico con il saper fare dei Periti Industriali, affinché i professionisti di domani sappiano anche far fare!